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giovedì 19 maggio 2016

Spunti e sensazioni dopo una giornata al Salone del Libro di Torino

Ho passato la giornata di lunedì 16 al Salone del Libro a Torino. 

Erano 4 anni che non ci andavo. Ho speso con allegria un mucchio di soldi, mi sono divertito. Ho notato come tante cose siano cambiate. 
Alcune credo utile socializzarle per chi è interessato almeno un poco alla cultura, e dunque al futuro del Paese.

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Inizio dalla fine: una mutazione antropologica è in atto. Si legge sempre meno e - quando lo si fa - per ragioni diverse. La percezione è che la lettura sia considerata un'attività inutile socialmente e culturalmente e dunque legata alla sfera del 'possibile' ma non del 'necessario'. La parola scritta è forse di per sé troppo impegnativa come concetto in un mondo liquido come il nostro. Quando una cosa è considerata inutile, finisce tra gli hobby, allo stesso livello che collezionare sabbia o bambole di porcellana.
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Gli editori piangono, lacrime e sangue. E ci mettono l'anima, come sempre. Sarà che molti sono amici ma lo scenario raccontato è stato a tratti devastante: vendite in calo, visitatori del Salone in picchiata (tante scuole che si portano la merenda e fanno volume senza comprare un volume), librerie stremate. Quasi tutti, sapendo che sono un lettore accanito, mi hanno regalato libri, e mentre li accettavo vedevo il piacere nei loro occhi.
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Senza cercarle ho fatto due consulenze al volo per progetti di crowdfunding letterario a editori che mentre prendevano appunti si chiedevano come fosse possibile ridursi così. (Tutti mi hanno ringraziato con “Prenditi un libro, sceglitelo dal banco”)
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Tante le scuole elementari, un po' meno le medie e le superiori. Il comportamento di queste ultime mi ha colpito: zero curiosità, tutti negli stand dei grandi e riconoscibili editori a sfogliare i libri che hanno già a casa, scritti da blogger o zeppi di riferimenti scopaioli senza ragione (o tutte e due le cose assieme).
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Se c'è salvezza, arriverà dalla generazione che ora fa le elementari: leggono, toccano, creano, sono a loro agio, fanno domande, basta lasciarli fare.
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Però il numero dei libri improbabili cresce ogni anno. Ho visto con i miei occhi “Il Complotto sulla morte di Rino Gaetano”, “Guarire dal tumore concentrandosi sul lavoro”, “Paleggiare con le tette”, questi e altri invocavano a gran voce l'introduzione del reato di Apologia del Cretinismo. Temo in crescita anche il numero dei lettori improbabili.
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Scorgo lo stand di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura. E' un progetto fantastico e innovativo, voglio saperne di più: sono circa le 13, allo stand non c’è nessuno, ipotizzo siano in pausa pranzo, peccato che alla Fiera non ci siano saracinesche da tirare giù. Butto un’occhiata agli scaffali dove sono esposti esclusivamente alcuni volantini sulla città,  un libro sulla visita di Papa Woytila in Basilicata e un semestrale protoletterario di scarso interesse denominato l’Appennino
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Approfitto con slancio della copia-omaggio allo stand de Il Fatto Quotidiano: non lo leggevo da tre anni circa e l’ho trovato imbarazzante, sciatto e con una profondità di analisi da rimestio nella fuffa. Impostato secondo scelte editoriali e di priorità tematiche che seguono logiche a me incomprendibili. Di certo sono fuori target...
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Scovo un libro simpatico per ragazzi: una parodie a strisce disegnate al computer de La Divina Commedia. Sto per comprarlo. “Fanno 25 euro,” dice l’editore. “Cosa?” strabuzzo io, immaginandolo già coperto di macchie di gelato e caccole (il libro, non l’editore). E glielo lascio lì.
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Interessante l’ampia zona bianca dedicata alle start up volte all’innovazione in campo editoriale. Sbirciamo nel futuro, mi dico. Molte app, servizi web per georeferenziare libri, addendum a ebook. Quasi tutte proposte sbilenche, senza un business model plausibile, rivolte a soddisfare bisogni inesistenti, preincubate in un luogo dal nome figocriptico e che ha tanto bisogno di loro per giustificare la propria esistenza.
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In chiusura sua maestà il Cibo. Un mezzo padiglione era dedicato a libri sul tema. Ovunque ritornava prepotente, alimentato dalle mode televisive e dai caratteri macchiettistici dei Cuochi trasformati tutti in Chef. I libri hanno copertine e foto di stampo pornografico, con la libidine del dettaglio superiore al piacere del tutto. La parola Vegan troneggia qua e là sdoganata da Crozza, finchè Crozza non decide di prendere in giro i possessori di cani dal pelo corto.
Io se mi guardo in giro vedo ben pochi che cucinano, sempre meno, e i supermercati fitti di monoporzioni precotte. Però un bel libro di 3 chili su “Come cucinare nelle cocotte” non si nega a nessuno, fa tanto chic.

giovedì 28 aprile 2016

Tra il 25 aprile e il 1° Maggio: quando la memoria è libertà.

1.
Il bambino sul treno accanto a me  solleva gli occhi dal cruciverba e chiede al papà “Chi è l’indimenticato Troisi?”
“Massimo!” esclama quest’ultimo associando al nome risate, dolcezza e limonate nel buio del cinema parrocchiale.
“E chi è?” lo gela il bambino a cui ‘indimenticato Troisi’ pare al più un ossimoro.
2.
Entro in libreria mentre Veltroni presenta un libro di Proietti esaltandone la capacità d’innovare nella tradizione del teatro. Poi lo accosta a altri ‘mostri sacri’ fino a citare l’immenso Sordi. Lì, quasi scosso,  racconta che il giorno prima davanti a 400 ragazzi di una scuola romana che stentavano a tenere il filo delle sue memorie ha chiesto quanti conoscessero Sordi e solo 5 o 6 alzarono la mano. Sordi chi?
3.
Troisi e Sordi passano, vabbé, forse ce ne faremo una ragione, ma la settimana tra il 25 aprile e il 1° Maggio è così densa di storia e memoria da non poter passare senza dare stimoli. 
Sette giorni racchiusi tra l’anniversario della Liberazione dalla dittatura fascista, sconfitta con la sua prospettiva di guerra e ingiustizie, e la festa dei Lavoratori, anniversario simbolico delle lotte per la liberazione da una vita che non sia solo sangue e sudore ma anche comunità, soddisfazione e costruzione di futuro.
Sarebbero centinaia gli spunti e i significati con ricadute attuali. Il messaggio di Mattarella che sottolinea come E’ sempre tempo di Resistenza  ne è buona sintesi. 
Democrazia e Lavoro sono al centro di qualsiasi discussione sul nostro destino, sulla riforma della nostra Costituzione, sulle regole del vivere civile. Fanno filotto col destino del pianeta e credo appropriato che l’Earth Day sia il 22 Aprile, così vicino alle altre date.

Un po’ mi rode che tutto questo non abbia domicilio nei talk show e forse anche poco nelle aule o nelle famiglie.
Un’idea positiva e costruttiva che nasca dalla memoria, anche dalle peggiori, non era di certo al centro delle intuizioni dei copywriter annegati negli Spritz e sfondati di apericene che hanno concepito l’immagine barbara qui accanto (da Il Venerdì di Repubblica del 22 aprile) in cui il povero Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo viene hackerato per promuovere un primo maggio sugli sci per chi vive nel cachemire distaccato dalle miserie del popolo da cui al massimo può estrarre qualche figa per allietare il doposci. 
Un messaggio costruito su una vena creativa aderente ai canoni di Made in Sud e Colorado Café sintetizzabile con “’fanculo a tutti i lavoratori, ai loro diritti, alle loro lotte pulciose: io sono io perché scio a Cortina e voi godetevi pure il picnic con fave e salame.”
Non so se gli eredi di Pellizza da Volpedo abbiano concesso i diritti di violenza sull’immagine.

Davanti a cose così mi sento piuttosto  inerme: non posso invocare vergogna in chi pensa, produce, vende, compra forme svuotate di senso come questa se in loro non c’è capacità di indignazione.
"Cosa c'è di male a scherzare?" mi aspetto, con lo stesso tono di chi dice "Cosa c'è di male a non pagare le tasse? A lasciare il frigo usato accanto al cassonetto? A consentire ogni nefandezza sociale a mio figlio? A votare XY che mi ha garantito il lavoro?"
Tutto è ritenuto ugualmente possibile perché non c’è memoria di conseguenze a gesti simili, se non di quelle poche e meschine accadute a se stessi, non c’è senso della Storia né dunque di Futuro.

giovedì 21 aprile 2016

Addio a quel geniaccio di Prince.

Prince era un genio, io non lo sono di certo.
Mi piaceva tantissimo e forse neppure saprei dire perchè.
Forse perchè sapeva di essere un genio.
Ho visto un suo concerto a Milano nel '91 e potrei raccontare per ore il tema della serata per ognuno dei miei cinque sensi.
Anni fa, ho scritto un episodio del mio libro "Mangia!" (FBE Edizioni) in cui lui c'entra parecchio e mi fa piacere riproporlo per chi ama le piccole storie.

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Con Isabella ci eravamo dati appuntamento davanti al portone di Roberto. Di lì a poche settimane saremmo stati entrambi laureati e quella sera lui ci aveva convocato per darci il regalo. Ci presentammo a mani vuote su sua esplicita richiesta: desiderava tenere sotto stretto controllo ogni minimo dettaglio.
Suonammo all’ora convenuta.
Roberto ci aprì indossando un impeccabile grembiule in tessuto di Fiandra. Disse subito: «Scegliete un colore: porpora o giallo?»
Isabella volle il porpora. A me il giallo andava benone.
La tavola era apparecchiata con tovaglie di lino, bicchieri di cristallo, sottobicchieri in rame e posate preziose, per due persone.
Ci sedemmo. Davanti a me c’era un iris giallo e un calice di champagne. Per lei, un iris porpora e un cassis alle more, rigorosamente porpora anch'esso.
«E tu non mangi?», chiese Isa a Roberto.
«La serata è vostra. Qualcuno deve fare il lavoro in cucina.»
Avremmo pasteggiato senza di lui. Avrebbe fatto avanti e indietro dalla cucina per tutta la sera. Cominciò portando pane, acqua e vino porpora per lei, vino bianco (giallo) per me. Poi la cena prese il via e io ebbi pennette allo zafferano mentre a Isabella fu servito un risotto ai mirtilli.
La conversazione divenne subito frizzante. Avevamo da raccontarci cosa ci aspettavamo dall’avere finalmente una laurea in tasca, delle vacanze che stavano per arrivare. Ridemmo dei fidanzati assenti che Roberto ci aveva rigorosamente vietato di portare e che essendo sabato sera erano piuttosto incazzati.
Al momento giusto arrivò una trota gratinata al forno per me e un piatto di arrosto alle prugne per lei. Rabboccammo varie volte i bicchieri e provammo, senza successo, a coinvolgere Roberto nella discussione. Si defilò dalla sala schivando ogni lusinga. Col passare del tempo fu lui a guadagnare spazio nei nostri discorsi. Pur essendone i protagonisti diventammo il pubblico della cena da lui progettata.
«Finito?», riapparve molti bocconi e molte parole dopo, intenzionato a portare via i piatti e preparare la scena al dolce che, sapevamo, non poteva mancare.
Sorridemmo, abbandonati alle volontà dell’amabile burattinaio.
Mi posò davanti una coppa di gelato all’arancia guarnita da una semisfera di caramello intrecciato. Per lei ci fu una vaschetta di porcellana in cui era adagiato un aspic alle more con violette candite.
Affondammo i nostri cucchiai. In silenzio. Molte volte.
Mentre mi inebriavo di quella delizia, lo immaginavo in cucina appoggiato al tavolo che ascoltava il nostro silenzio sapendo di aver ottenuto quel che voleva. Sapeva di averci regalato quello che desideravamo, pur non sapendolo: una serata di sogno e verità.
Sbriciolai il caramello nel gelato mentre lui certamente godeva dell’averci rapito dalle nostre vite per tenerci in ostaggio nel suo mondo fatato.
Riprendemmo a parlare dopo il dessert.
Quando rientrò in sala, avevamo appena deciso di andare assieme a vedere Prince a Milano. I nostri rispettivi partner storcevano il naso davanti ai virtuosismi funky di quel geniaccio della musica nera che invece, scoprimmo quella sera, mandava un visibilio sia me che Isabella.
Roby sparecchiò e ci disse «È il momento del regalo».
Lo guardammo perplessi, «La cena è stata il più bel regalo che potessi farci!»
«C’è dell’altro. Cercate…»
«Dove?» chiesi.
«Davanti a voi.»
Davanti a noi non c’era nulla che assomigliasse a una scatola o a un pacchetto. Isabella alzò il suo calice e prese in mano il sottobicchiere. Lo girò. «A me piace regalare emozioni. Roberto». Era inciso sulla basetta di rame. Il mio era identico. «Bellissimo, grazie”, disse Isabella.
«È solo il biglietto. Cercate ancora.”
Non era rimasto davvero nulla, solo i vasetti di cristallo che contenevano gli iris.
«Ci regali il vasetto?», chiesi.
«No, quello è di mia madre. Ma ci sei abbastanza vicino.»
Afferrai il fiore. Spostai i suoi lunghi petali e capii: un taglierino affilato aveva aperto un nido nel pistillo e dentro c’era qualcosa.

Con dita ansiose sventrammo i nostri fantastici iris finché vennero alla luce due strepitose ametiste. Ovviamente gialla per me e porpora per Isabella.

lunedì 21 marzo 2016

In memoria delle studentesse Erasmus morte in Spagna.

13 studentesse sono morte, di cui 7 italiane, molte quelle ferite.
La tragedia del bus affollato di partecipanti all'Erasmus schiantatosi sull’autostrada spagnola mi strazia come exuniversitario, come europeista convinto, come padre.
13 i sogni e percorsi interrotti per sempre. Una perdita per tutti noi. Più grave e definitiva per chi le ha amate personalmente, profonda anche in chi - come noi - sul loro futuro appoggiva parte del proprio.  
I sorrisi delle ragazze, presi da qualche loro profilo social pensato per entrare in contatto e fare rete, dilagano sui media e ti tolgono il respiro interrompendo qualsiasi logica che avrebbe previsto un semestre di studio all’estero per arricchirne il bagaglio di conoscenze e iniziare a costruire quel tesoro di relazioni internazionali che è oggi la chiave di volta per ogni percorso professionale di qualità.

Ho appreso dell’esistenza dell’Erasmus nel 1989 quando nella mia università arrivarono alcuni studenti spagnoli organizzati in un progetto europeo ancora sconosciuto. A nessuno della mia facoltà era stato invece prospettato di parteciparvi perché era considerato “Una perdita di tempo utile solo a ritardare la laurea”. Me ne è dunque rimasto il rimpianto suffragato dalle decine di persone conosciute a cui l’Erasmus ha cambiato la vita, aperto la mente, dato opportunità, consentito di emanciparsi, di capire come in molti ambiti l’Italia sia poco più di un’isoletta e neppure delle più interessanti se non messa in relazione col resto del mondo.

L’Erasmus è di gran lunga l’iniziativa europea di maggior successo e con impatti maggiori sulla popolazione. Sono i soldi più ben spesi. Creano da decenni assieme uno spazio immenso di sviluppo e circolazione della conoscenza, abbattono pregiudizi nazionalisti, mettono a confronto idee e vite, danno senso allo spesso vuoto slogan “Europa dei popoli”. Gettano le basi per le future generazioni di europei.

Colpisce poi come tutte le vittime siano donne. Colpisce di meno se penso a come le donne rappresentino la maggioranza degli studenti universitari, specia tra quelli non fuori corso, e come spesso siano dotate di una maggiore capacità di comprensione della complessità, e di adattamento al cambiamento inteso anche come dimensione geopolitica e scientifica di rilievo. Economia, Medicina, Farmacia erano alcuni dei loro ambiti di studio, tutte scienze in piena trasformazione, in cui riesci se sei onnivoro di sapere e determinato negli obiettivi che ti poni, e se ami la vita nelle sue sfaccettature più serie e più ludiche.

Come padre non riesco a commentare: osservo mia figlia e trovo in me zero parole disponibili a riempire il vuoto.    


sabato 27 febbraio 2016

La Realtà Virtuale sta a Internet, come Internet sta al fax.

Mi ritengo un uomo tecnologicamente fortunato.
Ho partecipato attivamente all’avvento di Internet, fin dagli esordi. L'ho cavalcato, mi ha cambiato in meglio la vita. Mi consente di accedere a informazioni, persone e opportunità come mai è stato possibile nella storia. Mi ha permesso di lavorare da casa, impennando la mia produttività e dilatando il tempo che ho dedicato alla famiglia. Mi permette di proiettare la mia esistenza oltre i confini del corpo.
Per farlo con competenza, serenità e sicurezza il mio cervello ha sviluppato logiche e imparato a padroneggiare schemi e comportamenti nuovi. Credo che le tecnologie stiano generando una piccola mutazione della nostra specie. Ho ben presente come per altri Internet sia invece una nuova schiavitù, un abisso, una preoccupazione costante. La differenza, come sempre nelle rivoluzioni tecnologiche la fanno l’educazione, l'esperienza e l’etica.

Mi ero già abituato all’idea che questa interconnessione crescente si estendesse dalle persone agli oggetti (l’Internet delle cose); mi è chiara da tempo la rivoluzione della stampa 3D ormai in grado di riprodurre organi umani, cibo, case, auto.

Un’altra evoluzione della specie è però necessaria per accogliere la Realtà Virtuale (VR)
Mark Zuckemberg ha dichiarato la settimana scorsa: “La Realtà Virtuale stravolgerà le nostre vite e il modo in cui comunichiamo.” Poteva fin enfatizzare di più.

Ho il piacere di vederne abbastanza, di collaborare nel progettare format, di studiare le prassi che arrivano al mercato, occuparmene per lavoro con le applicazioni futuristiche dei geni di ETT alla valorizzazione dei beni culturali.
Dopo qualche mese di assaggi non ho difficoltà ad affermare come si tratti di un nuovo salto culturale, fisiologico, etico e morale. Alcuni di noi si adatteranno ancora, altri lo cavalcheranno, altri ancora lo useranno per fini nobili, altri aberranti. Nuove ricchezze, nuove povertà, nuove opportunità, nuove relazioni e nuove solitudini.

Per chi non ha presente l'argomento, premetto come la Realtà Virtuale stia a Internet come Internet sta al fax.
Per VR oggi si intende la fruizione di realtà simulate attraverso visori che danno la sensazione di essere in un altrove dove le cose accadono e con cui potete interagire. Mentre ne fruite i vostri sensi vi dicono che siete lì. Su questo si stanno investendo trilioni di dollari.

Gli editorialisti dei quotidiani vendono le mirabolanti possibilità della VR (peraltro tutte reali) come poter disporre di ambienti incredibili per il gioco, per operazioni chirurgiche a distanza, simulatori di volo, molte applicazioni educative, riabilitative. Si possono allenare la mente e i sensi, comunicare/giocare/lavorare ‘in presenza’ con altre persone ovunque nel mondo. Bellissimo e stupefacente.
L’alterazione percettiva è quasi totale. Sono prossimi i primi modelli in grado di farti interagire con la VR senza joypad ma con sensori spaziali posizionati nella stanza. Il mercato è pronto al lancio dei primi videogiochi di qualità. I costi scendono, i processori si specializzano per animare tutto questo in modo da renderlo sempre più credibile ai sensi.
La combinazione tra VR e tessuti intelligenti (in grado di simulare calore, pressione, vibrazione) sarà uno dei prossimi passi, così come lo sviluppo di ambienti collaborativi.
Il business vero sarà nel poter soddisfare bisogni ben più profondi. Ne ipotizzo alcuni:
  1. Potremo presto interagire con i nostri defunti avendoli davanti a noi, parlare con loro o passeggiare in un bosco. Ai programmi basterà avere qualche loro immagine, magari un campione della voce, poi rispondere a qualche centinaio di domande su carattere e caratteristiche della persona poi la tecnologa farà tutto il resto nel ricreare per noi.
  2. di certo prima di quella scadenza il porno irromperà  nella VR. Se il livello di immersività sarà anche solo la metà del prodotto di navigazione dentro il corpo umano che ho provato recentemente, prevedo una bomba vera e propria. Poi il sesso potrà essere incrociato con tessuti intelligenti e le stesse tecnologie di rievocazione delle persone reali dette prima, etc, etc
  3. Come nel bellissimo e visionario film Her (S. Jonze 2014), credo che per alcuni particolarmente deboli o soli sarà possibile arrivare a innamorarsi del proprio sistema operativo, non solo nelle sembianze della persona desiderata ma magari irraggiungibile, ma anche in quelle di una persona nuova progettata per essere ideale per noi.
  4. Sarà possibile passare tempo, suonare in una band, giocare a carte o altro, chiacchierare in salotto con persone reali che stanno altrove o  con i propri miti.
  5. Saremo a Disneyworld, così come a Petra o Las Vegas, nella tomba di Tutankhamon senza andarci. Non come degli spettatori di un superfilm ma stringeremo la mano a Topolino così come potremo sfiorare le colonne o puntare davvero alla roulette.
   

Coniugando sistemi che autoapprendono e VR, per molti sarà superfluo uscire di casa e il fenomeno che oggi riguarda già adolescenti drogati dai videogiochi si potrebbe diffondere a molti. Per tante ragioni diverse credo che sarà difficile per molti evitare la dipendenza da applicazioni simili, che coprono bisogni e sogni per tutte le età della vita.

Abbiamo tempo per educare noi stessi e i nostri figli a un uso virtuoso di questi strumenti, per migliorare la vita e non per dotarsi di una vita migliorata artificialmente. Se non ci toglieremo più la maschera VR sarà solo perché riterremo la nostra vita non abbastanza ricca, condizione in cui prima o poi passiamo tutti, e preferiremo passare il suo comando a palinsesti artificiali. 
Ovviamente più povera è la vita, più sarà necessaria la droga, o il visore che sia.

La nostra vita di comunità, l’educazione, la cultura, l'etica dei progettisti saranno cruciali per farci usare la VR come una vera opportunità evolutiva.

sabato 30 gennaio 2016

Ero al Family Day '16 al Circo Massimo: ve lo racconto, purtroppo.

Lo ammetto, mi preoccupa essere qui a scrivere un post sul Family Day Circo Massimo 2016. Ci sono stato, ho osservato, ascoltato, parlato con alcuni per sentire le loro argomentazioni. Ho passeggiato a lungo per il Circo Massimo, un po' attonito e sempre più preoccupato per la deriva neo-neo fascista che questa cosa sta prendendo andando a raccogliere i brandelli di una destra vuota se senza nemici e di una Chiesa impaurita dal Papa e dal futuro.
Il colpo d'occhio della conca del Circo Massimo era notevole. Facevano bella figura, posizionati a metà dello spazio le falangi della destra sempre più organizzata, con le loro bandiere italiche e i manifesti con font runici. Poi, qui e là, c'erano tutti i movimenti fondamentalisti cattolici, qualche residuo di Comunione e Liberazione e alcune sigle inquietanti tipo Alleanza Cattolica a cui mancavano solo le croci uncinate. Poi dal palcoo è partita “Mamma son tanto felice” cantata dal vivo con musichetta così fascisteggiante che ti aspettavi quasi fosse seguita da “Faccetta nera”, che molti dei presenti avrebbero di certo gradito.

Sono rimasto ammirato per la perfetta organizzazione. Truppe arrivate con pizza e mortazza dagli  oratori della cintura romana. Tanti bambini e gruppi parrocchiali, portati lì come truppe cammellate, perlopiù bloccati sui loro cellulari, poveracci (non per i cellulari). Moltissimo Veneto, impressionante davvero. Mi hanno profondamente indignato i gonfaloni regionali come quello della mia Liguria che chiarivano bene come per un 10% dei presenti quella lì fosse solo carne da voto a cui non dover rendere conto delle proprie abitudini sessuali e familiari ma solo da tranquillizzare contro nemici inesistenti. E mentre io giravo, loro urlavano forte “Questa è la vera piazza: le altre sono artificiali, create dai media.
Nell’aria risuonavano leggere frasi come “Combatteremo fino all’ultimo!”, “Siamo qui a sguainare la spada di Chesterton!”; “Noi i figli li facciamo e per questo vinceremo! E la civiltà vincerà in Italia, e dall’Italia in tutta Europa”; “Chi tocca l’anima dei bambini instillandogli idee sessuali contro natura ne risponderà a Tribunale degli Innocenti”; “Difendiamo i nostri figli!” (senza mai chiarire bene da che o da chi, a parte che dalle loro paure); "L'Italia è sempre stata avanti nei diritti civili e ha depenalizzato l'omosessualità nel 1866" (Mussolini, si sa, ha mandato gli omosessuali ai campi di concetramento in pieno Medio Evo).

mercoledì 27 gennaio 2016

Vi anticipo il mio intervento di 180 secondi al RomaPuoiDirloForte

Oggi 28 gennaio, in Galleria Alberto Sordi sono invitato a portare la mia briciolina di idee al prossimo governo di Roma. Ho 180 secondi, sono pochissimi e sfidanti. L'iniziativa si chiama Roma puoi dirlo Forte! 
Questo intervento è stato costruito anche grazie a due giorni di crowdsourcing di idee sui social network. Strumenti come questi potrebbero supportare un’amministrazione capace di ascoltare.

Nel giorno in cui mi hanno invitato a intervenire, sotto il ponte della stazione Tuscolana sono apparse delle belle righe per delimitare la corsia riservata alla bici: le hanno fatte i cittadini. Andatele a vedere, sono meglio delle opere di Bansky. E' illegale farsi le righe? Possiamo discuterne... Perché i cittadini sanno cos’è la mobilità e se volessimo davvero risolvere il problema avrebbero mille contributi da dare.
Da qui la prima parola che porto alla vostra attenzione è MANUTENZIONE.

Amministrare una città significa fare Manutenzione, di tutto: delle infrastrutture materiali e immateriali, dei diritti, dei doveri, delle competenze, dell'organizzazione, della memoria. Manutenzione è rilevare i cambiamenti per un adeguamento tempestivo ad essi. La manutenzione fa funzionare il presente. È un obiettivo di minima, necessario, invocato dalle liste civiche, dai 5 Stelle, è il #torneràpulita di Storace, tutti sicuri che sia la risposta a chi ormai dalla politica non si aspetta niente di più.
La manutenzione da fare non ‘per’ i cittadini ma ‘con’ essi. Vediamo tutti come i Retaker stanno ridefinendo il concetto di cittadinanza attiva, i tanti gruppi efficaci nell’aiutare i migranti, che tengono aperte biblioteche o puliscono parchi. Non sono tappabuchi, sono cittadini impegnati e hanno molto da dire a chi sa ascoltare.

A me però un presente migliore non basta, voglio vivere in una città che guardi al futuro e credo che la politica abbia anche l’imperativo morale di sostenere INNOVAZIONE.
L’Innovazione non può essere imposta. Non si può dire a nessuno INNOVA!
Il Comune deve favorirla, semplificare la vita a chi la fa, liberare spazi per imprese e coworking, dare chance anche a chi ha fallito. Occorre coraggio, perché non ci può essere innovazione senza il fallimento. Occorre saper ascoltare per decidere. L’innovazione si fonda sulla diversità, è mettere a proprio agio i diversi, e questo deve essere un impegno di un Comune che guarda al mondo.

Da un punto di vista sistemico è interessante il modello della Cabina di Regia su Fondi EU della Regione. Il Comune è ora organismo intermedio per la gestione dei Fondi strutturali regionali, 260 milioni in 7 anni, occorre evitare i progettini e creare un ecosistema favorevole all’innovazione.
Ho chiesto all’assessore di Bologna come ha fatto a varare il Regolamento diPartecipazione per la Cura e la Rigenerazione dei Beni Comuni che ha ripensato i rapporti tra comune e cittadini attivi. Mi ha detto che la pressione dall’interno era tale che non poteva sottrarsi ad ascoltare l’esterno. Perché nessuna pressione 'da sotto' sarà ascoltata come quella dei dipendenti comunali che sono cittadini e sognano, riciclano, consumano, partecipano a social street, vanno in bici, hanno figli che non vogliono emigrare per trovare lavoro. ASCOLTO è dunque l’ultima parola che mi sta a cuore.

Se Roma sarà un bel posto dove vivere, nessuno la batterà come posto dove lavorare, viaggiare, ritornare… io vorrei che il medico mi dicesse che devo andare una volta all’anno a Parigi o Londra, invece quando invito gli amici qui rispondono “Sono già venuto 5 anni fa”.

Cosa sposta la prospettiva? I murales a Tor Marancia e a Furio Camillo. I festival del Cinema, le proiezioni a Via dei Fori, la Maker Faire, le mostre. E poi le persone e le imprese che si fidano del territorio perché il territorio si fida di loro, anche se non ancora della politica.

(Alla fine i secondi sono stati meno di 100 e il mio intervento è venuto fuori così )