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venerdì 23 settembre 2016

Lite Torino-Milano sul Salone del Libro: riguarda tutti.

La querelle tra Torino e Milano sullo ‘scippo’ del Salone del Libro da parte di quest’ultima non può lasciare insensibili anche se sembra riguardare città che non sono la tua e mestieri che non pratichi. 
Si parla di libri, di cultura e dunque anche di democrazia, futuro e economia. Credo meriti qualche riflessione in più degli scazzi e le tecnicalità tra addetti ai lavori nelle pagine interne di qualche quotidiano.
Frequento il tema da tempo: come autore che negli ultimi 12 anni ha pubblicato con 6 diversi editori, metà dei quali falliti come il mercato ha imposto; come lettore interessato a che la qualità delle opere scelte per gli scaffali venga premiata da persone attente, competenti e pagate il giusto per il loro lavoro; come frequentatore dei saloni stessi, luoghi interessanti dove la fisicità del libro e degli autori fa da padrona.

Prima di tutto occorre segnalare come la duplicazione del salone a Milano si inserisce in un quadro nazionale che include almeno anche l’ottima Children’s Book Fair di Bologna, unico salone italiano davvero internazionale, il piccolo ma ruspante e vitale PiùLibriPiùLiberi di Roma dedicato alla piccola e media editoria, e magnifici Festival della Letteratura come quello di Mantova.
Era tuttavia evidente come il Salone di Torino andasse del tutto ripensato, in questo post ne ho raccontato debolezze e limiti dell’edizione 2016. Nei fatti era riempito quasi solo da scolaresche, traccheggiava tra antichi fasti e fughe modaiole verso improbabili start up e libri di cucina. Se questo l’ho colto io posso immaginare come ai geni del marketing milanese fosse evidente da tempo.

Di cosa parliamo?
Per inquadrare i fatti non si può evitare di ricordare come il Italia solo il 48% degli abitanti legga almeno 1 libro all’anno e solo il 7% ne legga almeno 1 al mese. Costo dei libri, tempo a disposizione, allergia ai congiuntivi sono tutte scuse facilmente smontabili.
Credo che una riflessione vera nel merito non sia stata fatta, si parla di ‘educazione alla lettura’ come se fosse una scienza esatta. La verità, più agghiacciante, va più nella direzione di un largo deficit di attenzione da parte di molti, dell’analfabetismo funzionale (stimato tra il 30 e il 40% della popolazione) che impedisce di capire un libro, della paura di confrontare o confutare le proprie idee, nell’evitare la fatica. Allora ecco che quel 48% si avvicina pericolosamente a tutti quelli in grado di leggere un libro.
L’ebook non ha spostato nulla. È risultato un fenomeno residuale, usato davvero solo da lettori ‘forti’. Oltre il 50% degli e-reader a un anno dalla loro vendita ha ancora solo i 5 libri preinstallati di quando è stato regalato a ennesima conferma di quanto scrive Pennac in “Come un romanzo”: il verbo Leggere non si può coniugare all’imperativo.
Molti editori dicono chiaramente “Non mi conviene pubblicare ebook” e si vede come tutte le start up che puntano sull’editoria digitale abbiano in business plan i soldi degli autori e non quelli di ipotetici lettori a cui il libro digitale non interessa.

Questo elemento mi pare interessante: ci sono tante persone che scrivono e desiderano pubblicare perché oggi la tecnologia consente di passare in un amen dal manoscritto al libro, anche cartaceo se lo vuoi. Il fenomeno è lo stesso che ha trasformato molti in ‘fotografi’ grazie alla fotografia digitale, folle in ‘video maker’ grazie a telecamere, Youtube e Windows Live Video Maker. Però, come per le foto e i video, l’autopubblicazione sommerge di quantità e spesso squalifica (o rende invisibile) chi nel magma qualcosa di interessante prova a indirizzare ai lettori.

Forse occorrerebbe ripartire anche dalla campagna  #ioleggoperchè  uscire dal circolo di quelli che leggono già per arrivare magari a situazioni in cui ogni ‘lettore’ adotta un ‘non lettore’ portandolo dentro i suoi mondi, anche quelli fisici come le librerie, le biblioteche, le presentazioni. Ovviamente vale anche il viceversa con la possibilità che il non lettore convinca il lettore a fare altro. Credo che entrambe le parti ne avrebbero giovamento e qualcosa di comunque nuovo si muoverebbe.

Perché se il libro come oggetto è intramontabile, cambia il rapporto che si ha con lui. 
Ad esempio, nel mio piccolo ho notato come negli ultimi anni sia molto diversa la modalità di confronto e incontro con i libri. Da un po’ faccio un numero sorprendente di presentazioni in case private, in ristoranti, in associazioni, gruppi di lettura, presso studi di psicologi, asili nido, piazzette dei centri storici. Poche le librerie dove pare sia difficilel 'socializzare' e che per prime puntano a organizzare gli eventi fuori dalle loro mura, il orari e contesti a loro nuovi. 
Ma di questo vi racconto meglio la prossima volta.

mercoledì 20 luglio 2016

Nei panni di un Turco.

Prova a metterti nei panni di uno studente turco di dieci o tredici anni che frequenta una delle 700 scuole chiuse per editto. Prova a immaginare la tua faccia davanti al portone sbarrato, presidiato da un uomo col mitra.

Prova a metterti nei panni dell'insegnante di una delle 250 scuole a cui hanno arrestato il preside. Prova a sederti al tuo tavolo in sala professori, senza più trovare senso alle ore da passare in aula con ragazzi spaventati più di te.  

Prova a immedesimarti in uno degli oltre 15.000 insegnanti pubblici e 21.000 di scuole private che hanno perso la licenza per lavorare, che non entreranno più in una classe, che se vorranno trasmettere la passione per la loro materia lo dovranno fare di nascosto o trasformandola a piacimento del potere.

Cerca di essere un giovane universitario, sapendo che il tuo preside o rettore è di certo tra i 1.577 costretti a presentare le dimissioni. Sai bene che gli verranno sospese solo se della sua dignità di uomo e accademico avrà accettato di fare polpetta avvelenata per se stesso e per i suoi studenti.   

Prova a immaginare un Paese con 75.000.000 di abitanti senza scuole affollate di dubbi, università affamate di domande, senza teste pensanti, senza libertà di discussione.

Dallo stesso Paese poi togli 2.745 giudici colpevoli di giudicare secondo legge e coscienza laica. Prova a immaginarti tra gli innocenti, tra coloro che subiscono un torto e chiedono l’intervento della corte ma non votano il partito di maggioranza.

Adesso per un attimo sei uno dei 246 consiglieri comunali eletti dal popolo che sono stati allontanati dai loro incarichi. Potrai ancora camminare la sera, al buio, nella tua città, senza temere?

Non provare a immaginarti come uno dei 2.000.000 di profughi siriani arenati in quel Paese impegnato a asfaltare le sue forze migliori: non ce la puoi fare.

Sintonizzati infine sulle prime 24 radio e tv private che sono state chiuse perché la forza delle idee spaventa i potenti più dei mitra. Di giornali e libri senza la faccia del leader non ne avrai più.

Smettila adesso: non è un bel gioco, lo so.
Ora sei tu. 
Sono io. 
Sono sfortunato perchè un po' di Storia a scuola me l'hanno fatta studiare, riuscendo pure a farmela piacere. E non mi serve la fantasia per vedere il baratro.  

mercoledì 15 giugno 2016

Di come e perché Podemos sfida la precarietà della politica imitando il catalogo IKEA.

Raccolgo la sfida.
Qualche anno fa ho scritto “People from IKEA” (FBE Edizioni), una raccolta di racconti sulla Generazione Componibile che è diventato anche un bello spettacolo a cura delTeatro della Tosse di Genova.
In questi giorni Podemos ha presentato  il suo programma elettorale per le prossime elezioni in Spagna secondo il riconoscibilissimo format del catalogo IKEA.
Qualche simpaticone ha stuzzicato sui social network la mia opinione in merito.
Siccome da diversi mesi il mio lavoro di consulente e autore mi porta alla comprensione e allo sviluppo di schemi per il business storytelling, raccolgo convinto la sfida.

Anticipo subito che su questa provocazione di Podemos dò 10 e lode per forma, contenuto e comprensione di sogni e bisogni del proprio elettorato potenziale.

(Come per il catalogo IKEA) leggere il programma di Podemos diventa un piacere per gli occhi e va dritto allo scopo. Spiazzante con simpatia all’inizio. Apparentemente surreale. Poi, lentamente, iperreale. Poi semplicemente pop perché l’identificazione tra l’elettore, le proprie istanze e candidati del partito diventa più naturale pagina dopo pagina e benché siano 186 non te ne accorgi (come capita per i film sopra le due ore di lunghezza quando sono ben fatti).
L’oggetto costruisce empatia per il partito grazie ai suoi molteplici livelli di lettura.


Intanto si rivolge a una platea che sa e può ridere di sé stessa anche quando ha le pezze al culo e rivendicazioni forti. Poi intercetta i molti che leggono e comprendono solo il catalogo dell’IKEA, molti ovunque. Guarda a chi nella precarietà esibita dei prodotti e delle ragioni precarie che ti spingono a comprarli della multinazionale svedese trova una metafora chiara ma consolante della propria esistenza. Poi sono riusciti a riprodurre anche quell’aria di “non è casa mia ma potrebbe esserlo” che nel mondo dei mobili ti fa sperare di mettere finalmente ordine nel tuo 40 metri quadri e nel mondo dei grandi di fa sperare di mettere ordine nelle ingiuste disuguaglianze e nelle rendite di posizione.  Nelle immagini hanno umanizzato e avvicinato i politici candidati che paiono davvero a loro agio in quella casa loro che potrebbe essere casa nostra.
L’immagine pop e i colori caldi stridono alla perfezione col rigore delle centinaia di proposte: tutte chiare e comprensibili nel linguaggio e negli obiettivi (anche per uno come me che non ha mai studiato lo spagnolo). Poi, per certificare che non stanno scherzando, in fondo c’è una nota economica che con dati e grafici  mette a confronto le diverse politiche e proposte.
Poi i miei motivi di ammirazione sono molti, uno per tutti: 

Podemos ha un programma e non ne leggevo uno così organico, carico di concretezza e di speranze da anni. Quando sono arrivato a punti come “Trasparenze e controllo democratico della Difesa” o “Un centro di servizio sociale ogni 20.000 abitanti” o “Piano nazionale di Transizione Energetica” mi sono quasi commosso.


Come elettore prossimo a doversi esprimere al ballottaggio di Roma intorno a programmi che al massimo dello sforzo evocativo propongono di tappare le buche e di raccogliere la monnezza mi sono sentito bidimensionale, influente col mio voto nei destini della città meno dell’omino delle istruzioni sul pieghevole dello scaffale BILLY.  

giovedì 9 giugno 2016

E se l’innovazione non portasse voti?

Torino, Milano, Bologna, Trieste: le quattro città star nell’innovazione, i veri passanti della la cintura che tiene ben stretta l’Italia ai processi europei di sviluppo sostenibile, la quintessenza stessa della parola Smart City.
Molti amici innovatori vi lavorano ogni giorno. Con le loro attività sviluppano nuovi processi di creazione del valore per sé e spesso per i territori, contribuiscono a politiche pubbliche di avanguardia, tessono reti che liberano energie. Lì hanno a disposizione infrastrutture efficienti e tanti spazi di qualità che funzionano a loro supporto. In alcune di queste città stanno mettendo a punto prassi amministrative, innovazioni normative e fiscali fondamentali per dare a tutti le possibilità che meritano.  
Lì ci sono il bike sharing, il car sharing, social housing, orti urbani, le tagemutter, i teatri e i festival, le università di punta, qualcosa di nuovo succede ogni giorno. Insomma sono città davvero nel XXI° secolo. Lo percepisco dai racconti di chi ci vive, di chi ci è andato a vivere proprio per queste ragioni. Quando passo per quei posti ne sono convinto anche io. “Questo a Roma non lo faremo mai…” mi dico abbacchiato. “Vorrei vivere qua…” aggiungo non di rado.
Poi si vota.
Si aprono le urne e Fassino/Sala/Merola/Cosolini trovano molto meno consenso del previsto, sono in seria difficoltà (tra 10 giorni vedremo quanta) da competitor che non hanno finora dimostrato nulla, che talvolta  invocano un generico ‘nuovo corso’ per la paura del nuovo e del diverso, che sanno però rispondere ai bisogni di chi vota.
Io rimango perplesso ma i commentatori televisivi mi spiegano che “Non c’è da stupirsi del risultato perché l’amministrazione uscente ha lavorato malissimo, è sotto gli occhi di tutti da anni: zero dialogo con i cittadini, modi autoritari, abbandono delle periferie.” Allora volgo lo sguardo agli amici che ci vivono, confuso, chiedendo ragione di queste ambigue narrazioni.
Lo so, ogni città ha una storia a sé, ma 4 casi diversissimi col medesimo problema forse fanno un caso.
Al di là delle profezie che si autoavverano, occorre forse davvero chiedersi: l’innovazione paga alle urne? Oppure spaventa perché dimostra a tutti come i tempi siano cambiati anche se non si vuole? O perché dimostra che l’inglese è più importante del dialetto, che la velocità vince sulla stabilità, che la distanza non impedisce la comunità, che il territorio non è un tavolo da gioco insensibile ai nostri capricci? O manca qualcosa nei nostri interventi che dia senso anche elettorale al valore degli interventi?
Forse sviluppare spazi di coworking, regolamenti inclusivi, orti urbani, piattafome di collaborazione, percorsi virtuosi per l’inclusione degli immigrati, se da una parte richiede alla pubblica amministrazione nel terrorizzante ruolo di ‘abilitatrice’ dall’altro cala sul cittadino maggiori responsabilità, un ruolo forse non sempre richiesto e spesso non compreso. 
Se è questa la strada che vogliamo percorrere, forse, è ora di pensare modi, spazi e tempi in cui affrontare da cittadini elettori questa evoluzione del contesto che muta anche il patto sociale di chi vive in una città.    
C'è anche un altro aspetto: e che gli innovatori non votino? Che ritengano di non aver bisogno della politica, di lobby, di rappresentanza. Magari rimandando a un  generico ‘appena ho tempo’ il loro impegno in un mondo che percepiscono come inefficiente, parassita, se non inutile. 
Ad esempio nel mito distorto delle start up trovo mille persone che vogliono cambiare il mondo e nessuna il quartiere. Cuori d’oro che si impegnano per l’artigiano pachistano e non colgono la desertificazione delle botteghe del rione.  
Lo ammetto, io stesso mi chiedo ogni volta con maggiore fatica ‘se’ votare ancora prima di ‘chi’.
Sono domande da porsi. Perché se molto è politica (come lo sono molte ore delle nostre giornate al lavoro, in aula, su Skype, come genitori, consumatori, …) è anche vero che il sistema meno imperfetto per organizzare l’equità, la giustizia, le pari opportunità, la resilienza, passa per la partecipazione e la rappresentanza.
Poi però vanno a votare soprattutto le persone arrabbiate, o che nel voto trovano una utilità di scambio, con una totale divergenza di percorsi tra chi ha l’ambizione a costruire e chi quella a difendersi. Ecco che trova maggiore rappresentanza politica maggioritaria chi vuole asfaltare strade e differenze d’opinione, razza e sesso, piuttosto che chi è disposto a una politica inclusiva basata su piccoli passi, con obiettivi ambiziosi ma distanti.
Mi chiedo infine se si stia sviluppando un Creative Divide cioè una forte divisione tra i soggetti che traggono effettivamente vantaggio dalle politiche guidate dall’innovazione e chi ne è invece escluso: con i primi che ritengono superfluo votare (forse anche perché il successo dei loro servizi si basa proprio sull’inefficacia della politica), e con i secondi che hanno ancora speranze o prebende associate al foglio calato nell’urna.

Buon ballottaggio a tutti. 

giovedì 19 maggio 2016

Spunti e sensazioni dopo una giornata al Salone del Libro di Torino

Ho passato la giornata di lunedì 16 al Salone del Libro a Torino. 

Erano 4 anni che non ci andavo. Ho speso con allegria un mucchio di soldi, mi sono divertito. Ho notato come tante cose siano cambiate. 
Alcune credo utile socializzarle per chi è interessato almeno un poco alla cultura, e dunque al futuro del Paese.

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Inizio dalla fine: una mutazione antropologica è in atto. Si legge sempre meno e - quando lo si fa - per ragioni diverse. La percezione è che la lettura sia considerata un'attività inutile socialmente e culturalmente e dunque legata alla sfera del 'possibile' ma non del 'necessario'. La parola scritta è forse di per sé troppo impegnativa come concetto in un mondo liquido come il nostro. Quando una cosa è considerata inutile, finisce tra gli hobby, allo stesso livello che collezionare sabbia o bambole di porcellana.
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Gli editori piangono, lacrime e sangue. E ci mettono l'anima, come sempre. Sarà che molti sono amici ma lo scenario raccontato è stato a tratti devastante: vendite in calo, visitatori del Salone in picchiata (tante scuole che si portano la merenda e fanno volume senza comprare un volume), librerie stremate. Quasi tutti, sapendo che sono un lettore accanito, mi hanno regalato libri, e mentre li accettavo vedevo il piacere nei loro occhi.
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Senza cercarle ho fatto due consulenze al volo per progetti di crowdfunding letterario a editori che mentre prendevano appunti si chiedevano come fosse possibile ridursi così. (Tutti mi hanno ringraziato con “Prenditi un libro, sceglitelo dal banco”)
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Tante le scuole elementari, un po' meno le medie e le superiori. Il comportamento di queste ultime mi ha colpito: zero curiosità, tutti negli stand dei grandi e riconoscibili editori a sfogliare i libri che hanno già a casa, scritti da blogger o zeppi di riferimenti scopaioli senza ragione (o tutte e due le cose assieme).
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Se c'è salvezza, arriverà dalla generazione che ora fa le elementari: leggono, toccano, creano, sono a loro agio, fanno domande, basta lasciarli fare.
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Però il numero dei libri improbabili cresce ogni anno. Ho visto con i miei occhi “Il Complotto sulla morte di Rino Gaetano”, “Guarire dal tumore concentrandosi sul lavoro”, “Paleggiare con le tette”, questi e altri invocavano a gran voce l'introduzione del reato di Apologia del Cretinismo. Temo in crescita anche il numero dei lettori improbabili.
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Scorgo lo stand di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura. E' un progetto fantastico e innovativo, voglio saperne di più: sono circa le 13, allo stand non c’è nessuno, ipotizzo siano in pausa pranzo, peccato che alla Fiera non ci siano saracinesche da tirare giù. Butto un’occhiata agli scaffali dove sono esposti esclusivamente alcuni volantini sulla città,  un libro sulla visita di Papa Wojtyla in Basilicata e un semestrale protoletterario di scarso interesse denominato l’Appennino
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Approfitto con slancio della copia-omaggio allo stand de Il Fatto Quotidiano: non lo leggevo da tre anni circa e l’ho trovato imbarazzante, sciatto e con una profondità di analisi da rimestio nella fuffa. Impostato secondo scelte editoriali e di priorità tematiche che seguono logiche a me incomprendibili. Di certo sono fuori target...
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Scovo un libro simpatico per ragazzi: una parodie a strisce disegnate al computer de La Divina Commedia. Sto per comprarlo. “Fanno 25 euro,” dice l’editore. “Cosa?” strabuzzo io, immaginandolo già coperto di macchie di gelato e caccole (il libro, non l’editore). E glielo lascio lì.
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Interessante l’ampia zona bianca dedicata alle start up volte all’innovazione in campo editoriale. Sbirciamo nel futuro, mi dico. Molte app, servizi web per georeferenziare libri, addendum a ebook. Quasi tutte proposte sbilenche, senza un business model plausibile, rivolte a soddisfare bisogni inesistenti, preincubate in un luogo dal nome figocriptico e che ha tanto bisogno di loro per giustificare la propria esistenza.
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In chiusura sua maestà il Cibo. Un mezzo padiglione era dedicato a libri sul tema. Ovunque ritornava prepotente, alimentato dalle mode televisive e dai caratteri macchiettistici dei Cuochi trasformati tutti in Chef. I libri hanno copertine e foto di stampo pornografico, con la libidine del dettaglio superiore al piacere del tutto. La parola Vegan troneggia qua e là sdoganata da Crozza, finchè Crozza non decide di prendere in giro i possessori di cani dal pelo corto.
Io, se guardo al mondo degli adulti che frequento, vedo ben pochi che cucinano, sempre meno, e i supermercati invece zeppi di monoporzioni precotte. Però - ammettetelo - un bel libro di 3 chili su “Come cucinare nelle cocotte” non si nega a nessuno, fa tanto chic.

giovedì 28 aprile 2016

Tra il 25 aprile e il 1° Maggio: quando la memoria è libertà.

1.
Il bambino sul treno accanto a me  solleva gli occhi dal cruciverba e chiede al papà “Chi è l’indimenticato Troisi?”
“Massimo!” esclama quest’ultimo associando al nome risate, dolcezza e limonate nel buio del cinema parrocchiale.
“E chi è?” lo gela il bambino a cui ‘indimenticato Troisi’ pare al più un ossimoro.
2.
Entro in libreria mentre Veltroni presenta un libro di Proietti esaltandone la capacità d’innovare nella tradizione del teatro. Poi lo accosta a altri ‘mostri sacri’ fino a citare l’immenso Sordi. Lì, quasi scosso,  racconta che il giorno prima davanti a 400 ragazzi di una scuola romana che stentavano a tenere il filo delle sue memorie ha chiesto quanti conoscessero Sordi e solo 5 o 6 alzarono la mano. Sordi chi?
3.
Troisi e Sordi passano, vabbé, forse ce ne faremo una ragione, ma la settimana tra il 25 aprile e il 1° Maggio è così densa di storia e memoria da non poter passare senza dare stimoli. 
Sette giorni racchiusi tra l’anniversario della Liberazione dalla dittatura fascista, sconfitta con la sua prospettiva di guerra e ingiustizie, e la festa dei Lavoratori, anniversario simbolico delle lotte per la liberazione da una vita che non sia solo sangue e sudore ma anche comunità, soddisfazione e costruzione di futuro.
Sarebbero centinaia gli spunti e i significati con ricadute attuali. Il messaggio di Mattarella che sottolinea come E’ sempre tempo di Resistenza  ne è buona sintesi. 
Democrazia e Lavoro sono al centro di qualsiasi discussione sul nostro destino, sulla riforma della nostra Costituzione, sulle regole del vivere civile. Fanno filotto col destino del pianeta e credo appropriato che l’Earth Day sia il 22 Aprile, così vicino alle altre date.

Un po’ mi rode che tutto questo non abbia domicilio nei talk show e forse anche poco nelle aule o nelle famiglie.
Un’idea positiva e costruttiva che nasca dalla memoria, anche dalle peggiori, non era di certo al centro delle intuizioni dei copywriter annegati negli Spritz e sfondati di apericene che hanno concepito l’immagine barbara qui accanto (da Il Venerdì di Repubblica del 22 aprile) in cui il povero Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo viene hackerato per promuovere un primo maggio sugli sci per chi vive nel cachemire distaccato dalle miserie del popolo da cui al massimo può estrarre qualche figa per allietare il doposci. 
Un messaggio costruito su una vena creativa aderente ai canoni di Made in Sud e Colorado Café sintetizzabile con “’fanculo a tutti i lavoratori, ai loro diritti, alle loro lotte pulciose: io sono io perché scio a Cortina e voi godetevi pure il picnic con fave e salame.”
Non so se gli eredi di Pellizza da Volpedo abbiano concesso i diritti di violenza sull’immagine.

Davanti a cose così mi sento piuttosto  inerme: non posso invocare vergogna in chi pensa, produce, vende, compra forme svuotate di senso come questa se in loro non c’è capacità di indignazione.
"Cosa c'è di male a scherzare?" mi aspetto, con lo stesso tono di chi dice "Cosa c'è di male a non pagare le tasse? A lasciare il frigo usato accanto al cassonetto? A consentire ogni nefandezza sociale a mio figlio? A votare XY che mi ha garantito il lavoro?"
Tutto è ritenuto ugualmente possibile perché non c’è memoria di conseguenze a gesti simili, se non di quelle poche e meschine accadute a se stessi, non c’è senso della Storia né dunque di Futuro.

giovedì 21 aprile 2016

Addio a quel geniaccio di Prince.

Prince era un genio, io non lo sono di certo.
Mi piaceva tantissimo e forse neppure saprei dire perchè.
Forse perchè sapeva di essere un genio.
Ho visto un suo concerto a Milano nel '91 e potrei raccontare per ore il tema della serata per ognuno dei miei cinque sensi.
Anni fa, ho scritto un episodio del mio libro "Mangia!" (FBE Edizioni) in cui lui c'entra parecchio e mi fa piacere riproporlo per chi ama le piccole storie.

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Con Isabella ci eravamo dati appuntamento davanti al portone di Roberto. Di lì a poche settimane saremmo stati entrambi laureati e quella sera lui ci aveva convocato per darci il regalo. Ci presentammo a mani vuote su sua esplicita richiesta: desiderava tenere sotto stretto controllo ogni minimo dettaglio.
Suonammo all’ora convenuta.
Roberto ci aprì indossando un impeccabile grembiule in tessuto di Fiandra. Disse subito: «Scegliete un colore: porpora o giallo?»
Isabella volle il porpora. A me il giallo andava benone.
La tavola era apparecchiata con tovaglie di lino, bicchieri di cristallo, sottobicchieri in rame e posate preziose, per due persone.
Ci sedemmo. Davanti a me c’era un iris giallo e un calice di champagne. Per lei, un iris porpora e un cassis alle more, rigorosamente porpora anch'esso.
«E tu non mangi?», chiese Isa a Roberto.
«La serata è vostra. Qualcuno deve fare il lavoro in cucina.»
Avremmo pasteggiato senza di lui. Avrebbe fatto avanti e indietro dalla cucina per tutta la sera. Cominciò portando pane, acqua e vino porpora per lei, vino bianco (giallo) per me. Poi la cena prese il via e io ebbi pennette allo zafferano mentre a Isabella fu servito un risotto ai mirtilli.
La conversazione divenne subito frizzante. Avevamo da raccontarci cosa ci aspettavamo dall’avere finalmente una laurea in tasca, delle vacanze che stavano per arrivare. Ridemmo dei fidanzati assenti che Roberto ci aveva rigorosamente vietato di portare e che essendo sabato sera erano piuttosto incazzati.
Al momento giusto arrivò una trota gratinata al forno per me e un piatto di arrosto alle prugne per lei. Rabboccammo varie volte i bicchieri e provammo, senza successo, a coinvolgere Roberto nella discussione. Si defilò dalla sala schivando ogni lusinga. Col passare del tempo fu lui a guadagnare spazio nei nostri discorsi. Pur essendone i protagonisti diventammo il pubblico della cena da lui progettata.
«Finito?», riapparve molti bocconi e molte parole dopo, intenzionato a portare via i piatti e preparare la scena al dolce che, sapevamo, non poteva mancare.
Sorridemmo, abbandonati alle volontà dell’amabile burattinaio.
Mi posò davanti una coppa di gelato all’arancia guarnita da una semisfera di caramello intrecciato. Per lei ci fu una vaschetta di porcellana in cui era adagiato un aspic alle more con violette candite.
Affondammo i nostri cucchiai. In silenzio. Molte volte.
Mentre mi inebriavo di quella delizia, lo immaginavo in cucina appoggiato al tavolo che ascoltava il nostro silenzio sapendo di aver ottenuto quel che voleva. Sapeva di averci regalato quello che desideravamo, pur non sapendolo: una serata di sogno e verità.
Sbriciolai il caramello nel gelato mentre lui certamente godeva dell’averci rapito dalle nostre vite per tenerci in ostaggio nel suo mondo fatato.
Riprendemmo a parlare dopo il dessert.
Quando rientrò in sala, avevamo appena deciso di andare assieme a vedere Prince a Milano. I nostri rispettivi partner storcevano il naso davanti ai virtuosismi funky di quel geniaccio della musica nera che invece, scoprimmo quella sera, mandava un visibilio sia me che Isabella.
Roby sparecchiò e ci disse «È il momento del regalo».
Lo guardammo perplessi, «La cena è stata il più bel regalo che potessi farci!»
«C’è dell’altro. Cercate…»
«Dove?» chiesi.
«Davanti a voi.»
Davanti a noi non c’era nulla che assomigliasse a una scatola o a un pacchetto. Isabella alzò il suo calice e prese in mano il sottobicchiere. Lo girò. «A me piace regalare emozioni. Roberto». Era inciso sulla basetta di rame. Il mio era identico. «Bellissimo, grazie”, disse Isabella.
«È solo il biglietto. Cercate ancora.”
Non era rimasto davvero nulla, solo i vasetti di cristallo che contenevano gli iris.
«Ci regali il vasetto?», chiesi.
«No, quello è di mia madre. Ma ci sei abbastanza vicino.»
Afferrai il fiore. Spostai i suoi lunghi petali e capii: un taglierino affilato aveva aperto un nido nel pistillo e dentro c’era qualcosa.

Con dita ansiose sventrammo i nostri fantastici iris finché vennero alla luce due strepitose ametiste. Ovviamente gialla per me e porpora per Isabella.