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lunedì 28 novembre 2016

Referendum: La Filastrocca del Sì e del No.

Sì, domenica voterò.
No, non vi dico cosa.
Sì, mi vergogno della scelta.
No, non sarebbe diverso votassi altrimenti.
Sì, è un quesito pasticciato.
No, non dovremmo essere chiamati a votare su cose così.
Sì, sarebbe stato un po’ meglio l’avessero spacchettato in più domande.
No, non ho capito l’impatto di un voto o dell’altro.
Sì, ho letto tanto, ho studiato, ho fatto domande.
No, non mi influenzano le conseguenze per il governo.
Sì, vedo impresentabili in ogni schieramento, e anche brave persone.
No, non ho seguito alcun dibattito televisivo.
Sì, ho trovato utile leggere le opinioni dei costituzionalisti.
No, non mi filo cuochi, sportivi, cantanti e amici su Facebook.
Sì, penso ogni giorno al futuro dei miei figli, al mio, al nostro.
No, non lego il futuro a questo referendum, e nemmeno a questo Paese.
Sì, mi sento truffato.
No, il voto non si spreca mai.
Sì, ho paura.
No, non abbastanza da spegnere il cervello.

mercoledì 9 novembre 2016

L’elefante nella stanza, in Italia come in USA: l’ignoranza.

Ci sono pensieri che possono essere articolati solo in post politicamente scorretti. Quello che percepisco nell’aria, unito al tifone dell’elezione di Trump in USA, mi spingono a buttare giù queste righe sperando di non perdere lucidità di analisi e, forse, concedendomi un po’ di cinismo.

Per lavoro, da tempo mi occupo dei temi del cosiddetto Audience Development inteso come il processo di allargamento e diversificazione del pubblico nella cultura e di miglioramento delle condizioni complessive di fruizione della lettura, dei musei, dell’ arte.
Sì, è bello, stimolante. Si tratta di fidelizzare, trovare nuove occasioni di interesse, attrarre le persone con mezzi e messaggi, saper ascoltare, coinvolgere e creare partecipazione, specie di nuovo pubblico.
Sì, è una gran sfida. Si fanno in merito parecchi progetti. Per riuscire nell’intento si usa molto il gioco (la gamification della cultura), si aprono i Musei la notte, si inventano gli ingressi gratuiti, si mette ovunque Realtà Aumentata, si convincono archeologi sbigottiti a ‘svecchiare’ forma e linguaggio del loro lavoro, si stravolgono le esibizioni mettendo le ninfee di Monet davanti ai video di una gita al lago, si inventano mostre tipo “Da Tutankhamon alla Lamborghini” che dovrebbero allargare il pubblico interessato.
Soprattutto si tenta di affrontare quelle che a detta di molti sono le cause prime della disaffezione del pubblico per l’arte, la cultura, la lettura, l’approfondimento: il costo, il tempo a disposizione, programmi poco interessanti, ubicazioni scomode.

Si fa tutto con l’idea che modificando i mezzi si possano trovare nuovi pubblici a cui diffondere i messaggi.
Osservando i risultati e gli impatti (ad es. l’ebook non ha cambiato di una virgola il mercato del libro è anzi esso stesso in diminuzione di vendite), mi convinco sempre di più che la missione non è compiuta perché le cause identificate sono quelle sbagliate. E i messaggi (di ogni tenore) non arrivano perché troppe persone non sono in grado di capirli.

Provo a vedere le cose da un altro punto di vista.
Circa il 30% degli italiani soffre di analfabetismo funzionale (dati OCSE, alcune fonti arrivano a oltre il 40%), cioè pur avendo a disposizione tutti gli strumenti culturali di base per leggere e scrivere, non è in grado di interpretare dati che siano aggregati in una forma complessa. Non è, ad esempio, in grado di comprendere la posologia di un farmaco, una polizza assicurativa, un libretto di istruzioni, e non riesce a capire un articolo di giornale, o a elaborare ragionamenti su grafici e tabelle. Infine non è in grado di prendere una decisione ascoltando diversi punti di vista ma è legato solo ai propri convincimenti e alla propria esperienza soggettiva. E' questa - secondo me - la principale ragione per cui solo il 42% degli italiani legge almeno 1 libro all’anno, non legge i giornali, si informa poco tramite il web (35%) o va al cinema (solo 48%).
Questo analfabetismo strisciante è l’elefante nella stanza, altro che costo della cultura o mancanza di tempo. Se non lo mettiamo a fuoco, tutto il resto diventa solo un esercizio intellettuale bellissimo riservato a chi ne ha meno bisogno.
Come?
Non se se serva un "Maestro Manzi 2.0". 
Di certo l’educazione gioca un ruolo importante (ricordo che spendiamo in educazione la metà dei paesi del nord Europa). Tuttavia credo anche non bastino scuole migliori. Da analfabeti funzionali si vive benino, si pensa poco, si è in buona compagnia.
Se non mettiamo sul tavolo un'alternativa complessiva che trasmetta la voglia di libertà dai gioghi, il rispetto del prossimo, la forza del libero arbitrio, la spinta alla comprensione della complessità, quale chiavi per l’autonomia e per l’autoaffermazione adulta, non scolleremo nessuna dalla sua poltrona comoda.
Forse si chiama Politica per il futuro, ma non sono le definzioni che mi interessano.

Intanto continuo a progettare capendo che la cultura serve, con la cultura si mangia, la cultura libera. Non sono slogan ma sentimenti che vanno trasmessi. Qualcosa è arte, è cultura, se genera verso di esso una relazione capace di scatenare una reazione in grado di produrre trasformazione. Tutto il resto è marketing.

Come un prodotto del marketing è stato Berlusconi, come è Trump, come sono molti personaggi sulla mediocre scena politica e imprenditoriale italiana. Lo so, a loro ci piace credere; con loro non si cerca né si pretende verità perché la verità piace a pochi, specie quella su se stessi.
In fondo, se neppure loro si sforzano di comprendere la realtà, e ne modellano una a loro piacimento fino a essere eletti, possiamo tranquillamente assolverci anche noi.

martedì 1 novembre 2016

Alternanza Scuola Lavoro: vantaggio per McDonald’s o per gli studenti?

Tra i punti qualificanti la Buona Scuola vi è l’introduzione estensiva delle esperienze di Alternanza Scuola Lavoro (ASL). Si tratta di far un’esperienza in ambiente lavorativo nel secondo biennio e nell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado, con una differente durata complessiva di almeno 400 ore negli istituti tecnici e professionali e almeno 200 ore nei licei.
Niente di nuovo per i professionali, un salto nel buio per tutti gli altri, specie per i licei.

L’intento pedagogico è nobile: consentire al ragazzo di aprire gli occhi sul mercato del lavoro, verificare le proprie attitudini, dargli elementi per fare scelte per il prosieguo degli studi.
Lo spaesamento della scuola è comprensibile: si ritrova a gestire un obbligo alieno alla missione percepita, per il quale non vi è preparazione né sincero interesse. A essere stati presi in contropiede sono stati tutti: scuole che non hanno mai avuto relazioni col mercato del lavoro, famiglie disorientate, aziende sommerse da richieste di 16enni ai quali non si ha idea di cosa far fare.
Il fatto che una cosa simile funzioni in Germania ha convinto il legislatore che possa funzionare anche qui. La differenza non sta però nella lingua e nei capelli biondi: lì hanno molte aziende grosse e strutturate, in grado di gestire i ragazzi, con tempo/ragioni/contesti in cui la cosa può funzionare. Le nostre microaziende non sono idonee e un’attività del genere non ha chance per essere accolta come dovrebbe.
In breve: in Italia non può funzionare sui grandi numeri.  
Siccome però è stato piazzato lì, occorre affrontare il tema in qualche modo che non sia l'eterna 'sperimentazione' all'italiana.

Pochi giorni fa ero presente a un convegno dove un'importante Università esprimeva questo concetto: a) noi prendiamo Soldi dallo stato in base agli iscritti; b) noi facciamo 2800 esperienze di ASL l’anno con ragazzi delle superiori che vengono a lavorare dentro l'Università… c) lo facciamo per farli iscrivere da noi. d) Ai nostri iscritti invece non facciamo fare nessuna esperienza di lavoro perché non abbiamo rapporti col mondo del lavoro e non ce ne viene niente.
Intanto due giorni fa il Ministero del Lavoro ha annunciato la firma di un accordo con McDonald’s e altre aziende per garantire circa 28.000 posti l’anno in ASL. Indignate reazioni sindacali e del  MOIGE si sono sprecate denunciando quelle che sono a mio avviso posizioni preconcette e ignoranza di fondo sugli obiettivi dell’ASL e sul ruolo educativo che tali attività possono avere.

C’è chi invoca ‘coerenza’ tra il percorso di studi e l’esperienza. Come se fosse facile, come se qualcuno sapesse che lavoro i ragazzi andranno a fare dopo i licei. Come se a uno che frequenta il classico non facesse bene pulire un bancone, socializzare con ragazzi precari, trovarsi dalla parte di chi produce invece che tra chi compra.
Qui si tratta di acquisire le cosiddette life skills: essere puntuali, ordinati, proattivi, saper interagire al momento giusto, essere consapevoli delle regole scritte e non. Serve a comprendere se si è portati a lavorare all’aperto, con le persone, le cose, i numeri, gli animali. 
Penso che un po’ di McDonald’s ai liceali potrebbe servire molto a avere universitari più motivati a non fare quel lavoro, invece delle frotte di giovani spiaggiati negli atenei che attraversano gli anni dell’accademia senza un minimo progetto di vita che non sia quello di allontanare il più possibile l’ingresso nel confuso mercato del lavoro.

In questo quadro confuso, nelle Scuole la parola d’ordine dei professori agli studenti è: “Sbattetevi con le vostre famiglie per trovarvi un posto dove fare ASL. Contattate zii, amici di famiglia, chiunque abbia buon cuore”. Per molti genitori sta diventando: trovare un’azienda a cui dare 500 euro sottobanco perché prendano il figlio per fargli fare cose di una certa qualità. 
Dopo il florido mercato delle ripetizioni, un altro nuovo mercato del nero. Sì perché per un’azienda che non sa che farsene del ragazzo l’ASL è un peso e un costo. Certo, poi ci sono le eccezioni, le aziende che lo usano per avere il polso del mercato, selezionare tirocinanti, respirare Millennials, creare relazioni, ma sono mosche bianche che nessuno interessa  mettere a sistema.

Ben venga McDonald’s e i suoi amichetti allora e – per favore – che l’Università rinunci a offrire esperienze farlocche utili solo aumentar gli iscritti. Ben vengano anche esperienze in Fab Lab, spazi di Coworking, artigiani, agriturismi.   

Non sono contro l’idea di fondo dell’ASL, anzi all’opposto mi fa rabbia che sia un obbligo per molti senza effetti pratici se non la discontinuità didattica e la perdita di ore. Si dovrebbe piuttosto supportare progetti scolastici che prevedano una relazione col mercato dentro la scuola, portando testimonianze dall’esterno, sviluppando project work volti a fare ricerca e risolvere problemi reali, dando un senso alle materie studiate incluse filosofia e musica.

Infine, come in tutti i paesi del primo mondo, è arrivato i momento di far capire a famiglie e ragazzi come chi non prova nemmeno a dare un senso alle sterminate 3 mensilità di ferie estive con lavori/tirocini/volontariato di almeno un mese sarà sempre più svantaggiato nel mercato del lavoro. Questa è l’Alternanza che serve al curriculum, il resto sono giochi di ruolo.

lunedì 24 ottobre 2016

L’Europa che ci circonda. L’Europa che vogliamo.

Torno da una settimana di formazione in Moldavia a 12 funzionari di diversi Ministeri sui temi della Progettazione Europea.
Mi hanno sfidato per 40 ore chiedendo sempre di più. Accorciavano le pause per il pranzo per rimettersi al lavoro, rimanevano tutti oltre l’orario di lezione per andarsene solo quando io – esausto – li invitavo a farlo. Volevano capire, cogliere l’occasione di uno spiraglio aperto su qualcosa che per loro è sinonimo di salvezza: l’Europa. Schiacciati e isolati tra Russia e Romania, i giovani moldavi vivono nel paese più povero d'Europa sospesi nell’incertezza della storia. Oltre il 25 per cento dei cittadini risiede all’estero e alimenta l’economia locale quasi al 30% del PIL.

Lì, in piedi a snocciolare slide e rafforzare competenze ho vissuto il parallelo con me stesso 25 anni fa al master di Europrogettazione che mi ha cambiato la vita: ero affamato come loro, tra i primi a masticare quei temi in Italia, certo di essere un privilegiato già solo a essere lì.
Questa docenza è arrivata poche settimane dopo la mia decisione di non andare – per la prima volta da 10 anni - agli Open Days 2016della DG Regio a Bruxelles, l’evento per eccellenza per chi si occupa di politiche per lo sviluppo locale, 250 seminari per 5000 persone in 4 giorni.
Non sono andato perché mi sembrava tempo perso. Ho letto più volte titoli e contenuti dei seminari in programma e nessuno mi ha convinto al punto di farmi prendere un aereo per essere lì.
Forse era prevedibile dalla piega presa dalla politiche. In poche parole la cosiddetta Strategia Europa 2020 è diventata quanto segue:
In Commissione Europea non abbiamo idea di come dare risposte a problemi e bisogni. Facciamo che voi ci fate delle proposte e noi in cambio magari vi diamo un po’ di soldi.
Noi Stati Membri abbiamo da giustificare la nostra esistenza, non certo abbiamo tempo per rispondere a bisogni reali
Noi Regioni ci pensiamo su e se qualcosa ci viene in mente vi facciamo sapere, intanto compilate qualche modulo per accreditarvi con logiche del secolo scorso.
Noi Università non siamo certo qui per dare risposte concrete, per chi ci avete preso!.
Noi Sindacati e Associazioni di Impresa dobbiamo prima capire chi siamo e a cosa serviamo nel 2016 poi magari ci si vede  
Noi Comuni teniamo botta: dai su, fateci delle proposte e magari poi se funzionano vi citiamo nei comunicati stampa quando le venderemo come nostre idee Smartissime.

Intanto milioni di persone da sole, in comunità, in community si sbattono per dare vere risposte alle sfide del secolo, dal lavoro all'invecchiamento, dai traporti all'agricoltura sostenibile, dall'energia alla resilienza 
Centinaia di imprese innovano per sopravvivere e intercettare i mercati nascenti dai bisogni

Le piattaforme agevolano tutto questo a basso costo economico ma alto in termini di cessione della privacy.

Ecco allora che mi si spiega bene un terzo fatto recente: ero a Potenza per un bell’evento volto a tirare creare il bello dopo aver compreso il brutto in cui siamo immersi, a ripensare una città e la sua vocazione.
Le istituzioni e politica sono stati solo informate per la loro conclamata inutilità, non gli si è chiesto soldi o patrocini, uniche cose a cui residualmente venivano chiamati. E… sono venuti in forze. Perché? Hanno capito che rischiano di essere ormai considerati meno che accessori utili a scaldare le prime file. Il distacco tra istituzioni e realtà è vissuto dai territori ormai con rassegnazione.
Servizi per l’impiego, servizi di cura, culturali, assistenziali, si sviluppano fuori dalla politica e dalle istituzioni: questa è una grande novità, con i suoi aspetti positivi e negativi.

Sempre più iniziative e progetti neppure chiedono i soldi rispondendo ai bandi di gara (della Regione, lo Stato, la UE)  perché non ci si fida, perché sono processi troppo lenti, perché i soldi finiscono sempre agli stessi, perché la burocrazia è vessatoria verso chi non ne fa una professione.
A me questo scenario mette i brividi. Ad un politico o a dipendente pubblico dovrebbe dare incubi.

Ecco che tanta nuova Europa prende forma dal basso con legami tra gruppi di interesse che esprimono sempre meno rappresentanti, che credono sempre meno nella rappresentanza e sempre più nella responsabilità.
Sono movimenti che hanno passato lo stati embrionale e coinvolgono centinaia di persone. Il loro destino può portare grosse novità positive ma anche essere spazzato via dal colpo di tosse di un Orban o di una May qualsiasi.

Più passano gli anni e più mi sento responsabile per quello che posso fare (e colpevole per quello che non faccio) nel costruire questa Europa, unica soluzione di pace, unico percorso possibile per l'inclusione di chi è ultimo oggi e di chi potrebbe esserlo domani.
  

venerdì 23 settembre 2016

Lite Torino-Milano sul Salone del Libro: riguarda tutti.

La querelle tra Torino e Milano sullo ‘scippo’ del Salone del Libro da parte di quest’ultima non può lasciare insensibili anche se sembra riguardare città che non sono la tua e mestieri che non pratichi. 
Si parla di libri, di cultura e dunque anche di democrazia, futuro e economia. Credo meriti qualche riflessione in più degli scazzi e le tecnicalità tra addetti ai lavori nelle pagine interne di qualche quotidiano.
Frequento il tema da tempo: come autore che negli ultimi 12 anni ha pubblicato con 6 diversi editori, metà dei quali falliti come il mercato ha imposto; come lettore interessato a che la qualità delle opere scelte per gli scaffali venga premiata da persone attente, competenti e pagate il giusto per il loro lavoro; come frequentatore dei saloni stessi, luoghi interessanti dove la fisicità del libro e degli autori fa da padrona.

Prima di tutto occorre segnalare come la duplicazione del salone a Milano si inserisce in un quadro nazionale che include almeno anche l’ottima Children’s Book Fair di Bologna, unico salone italiano davvero internazionale, il piccolo ma ruspante e vitale PiùLibriPiùLiberi di Roma dedicato alla piccola e media editoria, e magnifici Festival della Letteratura come quello di Mantova.
Era tuttavia evidente come il Salone di Torino andasse del tutto ripensato, in questo post ne ho raccontato debolezze e limiti dell’edizione 2016. Nei fatti era riempito quasi solo da scolaresche, traccheggiava tra antichi fasti e fughe modaiole verso improbabili start up e libri di cucina. Se questo l’ho colto io posso immaginare come ai geni del marketing milanese fosse evidente da tempo.

Di cosa parliamo?
Per inquadrare i fatti non si può evitare di ricordare come il Italia solo il 48% degli abitanti legga almeno 1 libro all’anno e solo il 7% ne legga almeno 1 al mese. Costo dei libri, tempo a disposizione, allergia ai congiuntivi sono tutte scuse facilmente smontabili.
Credo che una riflessione vera nel merito non sia stata fatta, si parla di ‘educazione alla lettura’ come se fosse una scienza esatta. La verità, più agghiacciante, va più nella direzione di un largo deficit di attenzione da parte di molti, dell’analfabetismo funzionale (stimato tra il 30 e il 40% della popolazione) che impedisce di capire un libro, della paura di confrontare o confutare le proprie idee, nell’evitare la fatica. Allora ecco che quel 48% si avvicina pericolosamente a tutti quelli in grado di leggere un libro.
L’ebook non ha spostato nulla. È risultato un fenomeno residuale, usato davvero solo da lettori ‘forti’. Oltre il 50% degli e-reader a un anno dalla loro vendita ha ancora solo i 5 libri preinstallati di quando è stato regalato a ennesima conferma di quanto scrive Pennac in “Come un romanzo”: il verbo Leggere non si può coniugare all’imperativo.
Molti editori dicono chiaramente “Non mi conviene pubblicare ebook” e si vede come tutte le start up che puntano sull’editoria digitale abbiano in business plan i soldi degli autori e non quelli di ipotetici lettori a cui il libro digitale non interessa.

Questo elemento mi pare interessante: ci sono tante persone che scrivono e desiderano pubblicare perché oggi la tecnologia consente di passare in un amen dal manoscritto al libro, anche cartaceo se lo vuoi. Il fenomeno è lo stesso che ha trasformato molti in ‘fotografi’ grazie alla fotografia digitale, folle in ‘video maker’ grazie a telecamere, Youtube e Windows Live Video Maker. Però, come per le foto e i video, l’autopubblicazione sommerge di quantità e spesso squalifica (o rende invisibile) chi nel magma qualcosa di interessante prova a indirizzare ai lettori.

Forse occorrerebbe ripartire anche dalla campagna  #ioleggoperchè  uscire dal circolo di quelli che leggono già per arrivare magari a situazioni in cui ogni ‘lettore’ adotta un ‘non lettore’ portandolo dentro i suoi mondi, anche quelli fisici come le librerie, le biblioteche, le presentazioni. Ovviamente vale anche il viceversa con la possibilità che il non lettore convinca il lettore a fare altro. Credo che entrambe le parti ne avrebbero giovamento e qualcosa di comunque nuovo si muoverebbe.

Perché se il libro come oggetto è intramontabile, cambia il rapporto che si ha con lui. 
Ad esempio, nel mio piccolo ho notato come negli ultimi anni sia molto diversa la modalità di confronto e incontro con i libri. Da un po’ faccio un numero sorprendente di presentazioni in case private, in ristoranti, in associazioni, gruppi di lettura, presso studi di psicologi, asili nido, piazzette dei centri storici. Poche le librerie dove pare sia difficilel 'socializzare' e che per prime puntano a organizzare gli eventi fuori dalle loro mura, il orari e contesti a loro nuovi. 
Ma di questo vi racconto meglio la prossima volta.

mercoledì 20 luglio 2016

Nei panni di un Turco.

Prova a metterti nei panni di uno studente turco di dieci o tredici anni che frequenta una delle 700 scuole chiuse per editto. Prova a immaginare la tua faccia davanti al portone sbarrato, presidiato da un uomo col mitra.

Prova a metterti nei panni dell'insegnante di una delle 250 scuole a cui hanno arrestato il preside. Prova a sederti al tuo tavolo in sala professori, senza più trovare senso alle ore da passare in aula con ragazzi spaventati più di te.  

Prova a immedesimarti in uno degli oltre 15.000 insegnanti pubblici e 21.000 di scuole private che hanno perso la licenza per lavorare, che non entreranno più in una classe, che se vorranno trasmettere la passione per la loro materia lo dovranno fare di nascosto o trasformandola a piacimento del potere.

Cerca di essere un giovane universitario, sapendo che il tuo preside o rettore è di certo tra i 1.577 costretti a presentare le dimissioni. Sai bene che gli verranno sospese solo se della sua dignità di uomo e accademico avrà accettato di fare polpetta avvelenata per se stesso e per i suoi studenti.   

Prova a immaginare un Paese con 75.000.000 di abitanti senza scuole affollate di dubbi, università affamate di domande, senza teste pensanti, senza libertà di discussione.

Dallo stesso Paese poi togli 2.745 giudici colpevoli di giudicare secondo legge e coscienza laica. Prova a immaginarti tra gli innocenti, tra coloro che subiscono un torto e chiedono l’intervento della corte ma non votano il partito di maggioranza.

Adesso per un attimo sei uno dei 246 consiglieri comunali eletti dal popolo che sono stati allontanati dai loro incarichi. Potrai ancora camminare la sera, al buio, nella tua città, senza temere?

Non provare a immaginarti come uno dei 2.000.000 di profughi siriani arenati in quel Paese impegnato a asfaltare le sue forze migliori: non ce la puoi fare.

Sintonizzati infine sulle prime 24 radio e tv private che sono state chiuse perché la forza delle idee spaventa i potenti più dei mitra. Di giornali e libri senza la faccia del leader non ne avrai più.

Smettila adesso: non è un bel gioco, lo so.
Ora sei tu. 
Sono io. 
Sono sfortunato perchè un po' di Storia a scuola me l'hanno fatta studiare, riuscendo pure a farmela piacere. E non mi serve la fantasia per vedere il baratro.  

mercoledì 15 giugno 2016

Di come e perché Podemos sfida la precarietà della politica imitando il catalogo IKEA.

Raccolgo la sfida.
Qualche anno fa ho scritto “People from IKEA” (FBE Edizioni), una raccolta di racconti sulla Generazione Componibile che è diventato anche un bello spettacolo a cura delTeatro della Tosse di Genova.
In questi giorni Podemos ha presentato  il suo programma elettorale per le prossime elezioni in Spagna secondo il riconoscibilissimo format del catalogo IKEA.
Qualche simpaticone ha stuzzicato sui social network la mia opinione in merito.
Siccome da diversi mesi il mio lavoro di consulente e autore mi porta alla comprensione e allo sviluppo di schemi per il business storytelling, raccolgo convinto la sfida.

Anticipo subito che su questa provocazione di Podemos dò 10 e lode per forma, contenuto e comprensione di sogni e bisogni del proprio elettorato potenziale.

(Come per il catalogo IKEA) leggere il programma di Podemos diventa un piacere per gli occhi e va dritto allo scopo. Spiazzante con simpatia all’inizio. Apparentemente surreale. Poi, lentamente, iperreale. Poi semplicemente pop perché l’identificazione tra l’elettore, le proprie istanze e candidati del partito diventa più naturale pagina dopo pagina e benché siano 186 non te ne accorgi (come capita per i film sopra le due ore di lunghezza quando sono ben fatti).
L’oggetto costruisce empatia per il partito grazie ai suoi molteplici livelli di lettura.


Intanto si rivolge a una platea che sa e può ridere di sé stessa anche quando ha le pezze al culo e rivendicazioni forti. Poi intercetta i molti che leggono e comprendono solo il catalogo dell’IKEA, molti ovunque. Guarda a chi nella precarietà esibita dei prodotti e delle ragioni precarie che ti spingono a comprarli della multinazionale svedese trova una metafora chiara ma consolante della propria esistenza. Poi sono riusciti a riprodurre anche quell’aria di “non è casa mia ma potrebbe esserlo” che nel mondo dei mobili ti fa sperare di mettere finalmente ordine nel tuo 40 metri quadri e nel mondo dei grandi di fa sperare di mettere ordine nelle ingiuste disuguaglianze e nelle rendite di posizione.  Nelle immagini hanno umanizzato e avvicinato i politici candidati che paiono davvero a loro agio in quella casa loro che potrebbe essere casa nostra.
L’immagine pop e i colori caldi stridono alla perfezione col rigore delle centinaia di proposte: tutte chiare e comprensibili nel linguaggio e negli obiettivi (anche per uno come me che non ha mai studiato lo spagnolo). Poi, per certificare che non stanno scherzando, in fondo c’è una nota economica che con dati e grafici  mette a confronto le diverse politiche e proposte.
Poi i miei motivi di ammirazione sono molti, uno per tutti: 

Podemos ha un programma e non ne leggevo uno così organico, carico di concretezza e di speranze da anni. Quando sono arrivato a punti come “Trasparenze e controllo democratico della Difesa” o “Un centro di servizio sociale ogni 20.000 abitanti” o “Piano nazionale di Transizione Energetica” mi sono quasi commosso.


Come elettore prossimo a doversi esprimere al ballottaggio di Roma intorno a programmi che al massimo dello sforzo evocativo propongono di tappare le buche e di raccogliere la monnezza mi sono sentito bidimensionale, influente col mio voto nei destini della città meno dell’omino delle istruzioni sul pieghevole dello scaffale BILLY.